L’incontro tra la teoria polivagale di Stephen Porges e la psicogenealogia permette di leggere il sistema nervoso non solo come risposta al presente, ma come un’organizzazione biologica influenzata anche da memorie transgenerazionali. Non si tratta di ipotizzare una trasmissione lineare del trauma, quanto piuttosto di considerare la possibilità che vengano trasmesse tracce adattive, ovvero le modalità attraverso cui il sistema nervoso ha imparato, nel tempo, a garantire la sopravvivenza. In questo senso, i contenuti descritti dalla psicogenealogia – come miti familiari, lealtà invisibili e mandati impliciti – non restano confinati a una dimensione simbolica o narrativa, ma possono tradursi in veri e propri pattern neurofisiologici.
Il sistema nervoso autonomo, responsabile della regolazione delle funzioni involontarie come battito cardiaco, respirazione e digestione, rappresenta il substrato biologico di questi processi. All’interno di questo sistema, un ruolo centrale è svolto dal nervo vago, il principale canale del sistema parasimpatico, che connette cervello e corpo e media la regolazione degli stati fisiologici ed emotivi. La teoria polivagale ha ampliato la visione classica distinguendo due rami funzionalmente differenti del nervo vago: il ramo ventrale, più evoluto, associato a stati di sicurezza, connessione sociale e regolazione, e il ramo dorsale, più arcaico, coinvolto nelle risposte di immobilizzazione, collasso e dissociazione. Accanto a questi, il sistema simpatico media le risposte di mobilitazione in condizioni di pericolo, come lotta e fuga.

La psicogenealogia evidenzia come ogni individuo sia inserito in una continuità intergenerazionale all’interno della quale vengono trasmessi modelli relazionali, credenze implicite e modalità di risposta emotiva. Quando questi contenuti non vengono elaborati, possono contribuire a strutturare specifici assetti del sistema nervoso autonomo. In termini polivagali, il “mandato” transgenerazionale può quindi essere inteso come una configurazione prevalente del sistema nervoso. Il corpo, in questa prospettiva, non reagisce esclusivamente al contesto attuale, ma anche a ciò che è stato implicitamente registrato come rilevante per la sopravvivenza nel sistema familiare.
Questa ipotesi è coerente con il fatto che, soprattutto nelle fasi precoci dello sviluppo, dal concepimento ai primi anni di vita, il sistema nervoso non dispone ancora di una memoria narrativa esplicita. Le esperienze vengono quindi registrate sotto forma di stati corporei, pattern di attivazione e modalità di regolazione. Ciò che viene interiorizzato non è tanto l’evento in sé, quanto il modo in cui il sistema ha imparato a reagire. Come sottolinea anche Bruce Lipton, queste configurazioni precoci tendono a stabilizzarsi e a influenzare la biologia e il comportamento nel lungo termine.
Un concetto centrale della teoria polivagale è quello di neurocezione, ovvero la capacità del sistema nervoso di valutare automaticamente e inconsciamente la sicurezza o il pericolo dell’ambiente. Questo processo è strettamente mediato dal nervo vago, che integra informazioni provenienti dal corpo e dall’ambiente per modulare lo stato fisiologico dell’organismo. In un’ottica integrata, la neurocezione non si limita a leggere il presente oggettivo, ma può essere influenzata da un insieme di associazioni implicite costruite nel tempo, comprese quelle legate alla storia familiare. Ne deriva che alcune situazioni oggettivamente neutre possono essere percepite come minacciose perché attivano immagini interne o schemi profondi associati a esperienze precedenti. È come se il sistema nervoso operasse sulla base di un “film interno”, reagendo non solo a ciò che accade, ma anche a ciò che, in passato, è stato registrato come pericoloso.
All’interno di questo quadro, il sintomo assume una doppia valenza. Da un lato rappresenta un’espressione simbolica, come suggerito dai modelli psicodinamici e transgenerazionali; dall’altro costituisce una risposta adattiva del sistema nervoso. Il sintomo è quindi una strategia neurobiologica coerente: non è soltanto portatore di significato, ma anche un tentativo concreto di regolazione di una minaccia percepita. Stati ansiosi possono essere letti come espressione di una attivazione simpatica cronica; il ritiro o la dissociazione come esiti di una attivazione vagale dorsale; il compiacimento relazionale come una strategia mediata dal sistema sociale ventro-vagale per mantenere una condizione di sicurezza interpersonale. In tutti questi casi, la risposta del sistema riflette un’organizzazione adattiva che ha avuto una funzione protettiva.
Dal punto di vista clinico, emerge frequentemente un conflitto tra un Io orientato al cambiamento e un Io adattivo che mantiene schemi difensivi. In termini polivagali, mentre una parte della persona tende verso stati ventro-vagali di sicurezza e connessione, un’altra resta ancorata a stati difensivi perché il sistema nervoso, attraverso la neurocezione, continua a rilevare segnali di pericolo. Questo fenomeno può essere compreso non come resistenza, ma come espressione della difficoltà ad accedere a stati di sicurezza fisiologica.
Come evidenziato anche da Gabor Maté, il trauma non coincide semplicemente con l’evento, ma con l’impatto che esso ha sull’organismo. In particolare, il trauma precoce si struttura come uno stato interno e come un assetto stabile del sistema nervoso, influenzando la capacità di regolazione e la qualità delle relazioni.
L’integrazione tra teoria polivagale e psicogenealogia ha importanti implicazioni cliniche. Non è sufficiente una comprensione cognitiva dei contenuti transgenerazionali: il cambiamento richiede anche un intervento a livello esperienziale e neurofisiologico. Il processo terapeutico diventa efficace quando il sistema nervoso può riconoscere gli schemi impliciti e, allo stesso tempo, vivere esperienze nuove, graduali e tollerabili, che vengano registrate come sicure attraverso il circuito ventro-vagale. È attraverso queste esperienze che il sistema può riorganizzarsi, aumentando la flessibilità e modificando le risposte automatiche. In questo senso, il “mito familiare” può essere trasformato attraverso un processo di aggiornamento biologico che coinvolge direttamente il funzionamento del nervo vago.
In conclusione, questa integrazione consente di superare la separazione tra dimensione psichica e biologica, proponendo una visione unitaria in cui la storia familiare contribuisce alla costruzione dei pattern di risposta, il sistema nervoso – e in particolare il nervo vago – rappresenta il luogo in cui tali pattern si incarnano e il sintomo diventa al tempo stesso significato e adattamento. Il lavoro terapeutico si configura quindi come un processo di riorganizzazione neurofisiologica sostenuto dalla consapevolezza della propria storia e dalla possibilità concreta di sviluppare nuove modalità di regolazione.