Gli estremi, in fondo, sono il mio modo di stare nel lavoro.
Da una parte il presente, la strategia, ciò che possiamo fare oggi per modificare ciò che ci fa soffrire, dall’altra il passato, la storia, la simbologia, la narrazione. E proprio di recente ho iniziato a sperimentare, prima personalmente poi clinicamente, quanto possa essere preziosa una semplice abitudine: trascrivere i propri sogni.
Perché, in realtà, nasciamo già dotati di un ottimo terapeuta interno, uno dei migliori, senza moralismi, preconcetti, ci conosce meglio di chiunque altro, mira alla nostra piena autentica realizzazione, insomma uno che la sa davvero lunga su di noi. Ha un unico difetto, è un po' ostacolato da una parte di noi, infatti può parlarci solo nel momento in cui le nostre difese riposano pesantemente, e spesso utilizzando un linguaggio decisamente fuori dalle righe.
Ma se ci poniamo ad ascoltarlo con dedizione, sa migliorare il suo modo di farsi capire o più probabilmente siamo noi a riuscire a cogliere e tradurre i suoi simbolismi. I sogni parlano un linguaggio archetipico e universale ma anche personale, li possiamo interpretare gradualmente tramite associazioni e ascolto delle sensazioni che ci lasciano. Non serve un dizionario specifico e nemmeno chatgpt. Anzi sebbene certe volte questi strumenti aiutino, il rischio è che, a lungo andare, il nostro intuito e la nostra capacità interpretativa si spenga.
Come fare? Basta scriverlo appena svegli. All'inizio anche i brevi spezzoni ricordati, ricordare le sensazioni che ci han lasciato.
Chiederci cosa ci ricorda quell'immagine, quella persona, quel luogo e lasciare che il significato emerga gradualmente, anche nei giorni seguenti.
E, con il tempo, sembra che il terapeuta interno impari a farsi capire meglio.
Vi lascio un esempio clinico.
" Mi trovo in un grattacielo, quelli dove normalmente si trovano importanti studi professionali. Sono io e i miei genitori, seppur siano diversi dai miei veri genitori. Sentivo dentro di me che, per colpa di una mossa maldestra di questo padre, a partire dal terrazzo si potesse estendere un tragico incendio. E così accade. Decido, nonostante la gravità della situazione, inaspettatamente e con stupore di andarmene senza cercare di risolvere personalmente il problema, ma avvertendo i vigili del fuoco.”
La paziente stava attraversando un periodo di forte stress lavorativo. Il “grattacielo” sembra rappresentare bene il mondo delle ambizioni, delle responsabilità e delle fatiche professionali. Ma dentro quel grattacielo compaiono i genitori (sotto altre spoglie, le difese hanno evidentemente agito): vecchie dinamiche relazionali che sembrano aver trovato nel lavoro un nuovo luogo in cui riproporsi.
Il lavoro diventa, nel presente, il campo di battaglia in cui apparentemente si consumano le sue attuali energie, ma il sogno sembra suggerire che le regole di quella battaglia sono state imparate molto prima, all'interno del contesto familiare.
Un altro aspetto diventa interessante all'interno del sogno, il "terapeuta onirico" sembra suggerire un movimento nuovo e risolutivo, di fronte all'incendio (il fermento emotivo dei genitori) la paziente non cerca di spegnerlo personalmente, ma compie qualcosa di nuovo e inaspettato, se ne va, delegando a chi di competenza l'intervento. Non si assume la responsabilità di risolvere ciò che non le appartiene.
Il sogno in questo caso ha aggiunto una direzione sostanziale al lavoro terapeutico, ha permesso di andare oltre la superficie del problema lavorativo, mostrando come alcune dinamiche apprese nel contesto familiare continuassero ad alimentare, nel presente, il modo in cui la paziente viveva le responsabilità lavorative.